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Considerazioni finali

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Considerazioni finali

Ogni ora di lavoro non spesa in ambito domestico nella preparazione dei pasti comporta un maggior costo energetico in servizi aggiunti pari a 100.000 Kcal. Rispetto ad una società primitiva, ciascun consumatore industrializzato ha quindi ridotto di circa 2-2.5 ore il tempo necessario alla preparazione dei propri pasti inducendo così una maggiore richiesta di servizi aggiunti agli alimenti pari a 230.000 Kcal pro-capite quotidiane. Tale bilancio è composto principalmente da energia indiretta dovuta al costo opportunità del lavoro, mentre il costo commerciale diretto, pur consistente, sarebbe stimato in 30.000 Kcal pro-capite giornaliere.
Un processo di riduzione globale dell'esigenza energetica del sistema alimentare può perciò avvenire solo modificando la domanda di servizi, riportandola quindi verso un sistema più primitivo. Questo, oltre ad essere utopico per una società industrializzata, farebbe anche crollare l'economia creata ed indotta dal sistema agro-alimentare, dove la produzione agricola vera e propria rappresenta appena il 19%.
L'industria agro-alimentare, si è dimostrata efficiente in termini di consumi energetici a confronto con gli altri comparti manifatturieri. Anche lo spaccato nei singoli casi aziendali ha dimostrato che il costo economico dell'energia è limitato ad un range cha va dall'1% al 3% sul fatturato.
Il ruolo dell'industria alimentare verso il risparmio energetico, al di là di possibili ed auspicabili miglioramenti, va quindi visto nei seguenti punti:
1) servizi per il collegamento al consumatore;
2) potenzialità di produzione di energia.
Nel primo caso assume un ruolo fondamentale il sistema logistico, cioè la catena del freddo.
Nel secondo caso, invece, emerge l'importanza dell'agro-industria sia come produttrice di biomasse sia per il suo collegamento al territorio ed all'economia locale per gli approvvigionamenti di materia prima e per la potenzialità di sviluppo di sistemi energetici integrati (ad esempio, teleriscaldamento).
Le potenzialità di sviluppo del mercato delle produzioni agricole a destinazione energetica, in particolare, dipendono dall'evoluzione delle loro quotazioni rispetto a quelle dei prodotti petroliferi. Tuttavia, per le imprese dei biocarburanti e della produzione energetica, il livello dei costi di approvvigionamento delle materie prime agricole risulta ancora alquanto elevato, tanto che solo la completa defiscalizzazione sembra per ora garantire opportunità commerciali alle produzioni. A questo si aggiunge l'aspetto tecnologico per la trasformazione delle biomasse il quale è tuttora ad alta intensità di capitale per cui l'energia prodotta non è competitiva sul mercato. Il tutto conduce all'esigenza di compensazioni esterne per favorire lo sviluppo di produzione energetica da biomasse.
Questo maggior costo economico dell'energia da biomasse può però essere letto anche come valore aggiunto del territorio in cui si realizza, alla compensazione del costo ambientale dell'energia da fonti convenzionali. Il costo ambientale e della salute del consumatore fanno sì che il costo opportunità dell'energia convenzionale sia ben superiore al proprio valore di mercato rendendola così comparabile al costo economico dell'energia rinnovabile da biomasse. Il dilemma che così si crea è: porre il consumatore nella posizione di poter scegliere includendo nel costo di mercato dell'energia convenzionale il costo opportunità ambientale, oppure compensare questo riducendo il maggior costo del gap tecnologico dell'energia da biomasse? È quindi necessario razionalizzare le idee in ottica di sistema e di territorio; solo in questo modo è possibile migliorare l'efficienza energetica del sistema e riversare valore aggiunto, e quindi innescare sviluppo, sul territorio .

Studio realizzato su incarico dell'ENEA nell'ambito delle attività finalizzate alla preparazione della "Conferenza Nazionale Energia e Ambiente".
Gian Luca Bagnara* - Marco Baccanti**


 
 
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